Energie rinnovabili, quali conoscenze?

Fonte.

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Michael Grunwald: chi è costui?

Una ricerca su Google ci porta ai seguenti risultati:

Michael Grunwald is a reporter for The Washington Post. He has won the George Polk Award for national reporting, the Worth Bingham Award for investigative reporting and numerous other prizes, including the Society of Environmental Journalists award for his reporting on the Everglades. He lives …omissis….

oppure

e ancora

Time Magazines’s Michael Grunwald: the answer to Amercia’s Energy …


La sua biografia dice:

Michael Grunwald is a reporter for The Washington Post. He has won the George Polk Award for national reporting, the Worth Bingham Award for investigative reporting and numerous other prizes, including the Society of Environmental Journalists award for his reporting on the Everglades. He lives in …omissis…

ma sul sito Booknotes, ne appare probabilmente più aggiornata questa versione:

Michael Grunwald is an award-winning senior correspondent for Time Magazine, based in Miami.

Mike grew up in Greenvale, N.Y., graduated from Harvard College in 1992, then worked as a local and national reporter for The Boston GlobePost, he covered the Justice Department and Congress and served as New York City bureau chief before moving to an enterprise beat in 2000. before joining the Post in 1998. At the

He first slogged into the Everglades while researching his first series, a yearlong investigation of the Army Corps of Engineers that won the George Polk Award for national reporting, the Worth Bingham Prize for investigative reporting and the Scripps-Howard award for environmental reporting. He returned to the swamp in 2002 for a series on the Everglades restoration project, which won the Society of Environmental Journalists award for in-depth reporting.

Mike then moved to South Beach, where he researched and wrote The Swamp, improved his backhand, and,…omissis…


Il sito web riporta alcune notizie sul libro di questo corrispondente statunitense; la modalità di scrittura è inequivocabilmente giornalistica: tutto appare come “allarme”, “irreparabile, “scempio”, “collasso ecologico”, “stato deteriorato”.
Sfugge quale sia la novità, nel 2009.
E ancora, parimenti alla discriminazione che si vuole operata nel comparto ricerca universitaria (si legga il post Non vedere oltre un palmo dal naso), si lanciano ulteriori definizioni della ricerca:
È divertente l’ipotesi di poter alimentare la propria automobile con gli scarti delle liposuzioni, ma questo non significa che sia il caso di sovvenzionarla. E’ utile, a questo proposito richiamare alcuni termini della nostra lingua italiana.

Ricercare v. tr. [io ricérco, tu ricérchi ecc.]
1
2 cercare con cura, con particolare impegno per trovare, per scoprire, per conoscere; indagare

o del suo sinonimo

Indagare v. tr. e intr. [io indago, tu indaghi ecc. ; aus. dell’intr. avere]
1 compiere ricerche per conoscere qualcosa, per scoprire la verità su qualcosa o qualcuno.

Meglio ancora se si tira in ballo il termine speculazione,

Speculazione s. f.
1 la ricerca avente come unico scopo il conoscere, senza intenti pratici o applicazioni tecniche
;

che si adatta, in grande stile, all’affermazione di utilizzare gli scarti delle liposuzioni come combustibile. Esistono le speculazioni scientifiche, quelle che, al momento della loro pubblicizzazione all’interno del mondo scientifico, inizialmente sono sembrate al di fuori di ogni utilità pratica; quelle che, al momento della pubblicazione su un giornale scientifico -qualunque sia il giornale/rivista scientifica (mentre nei concorsi universitari fanno differenza -chissà secondo quale tabella mai resa pubblica o se solo nelle teste dei componenti delle commissioni giudicanti- se sono internazionali, locali o poco diffuse, differiscono in punteggio attribuibile per titoli, cambia solo il costo della pubblicazione producendo ricercatori, a torto, poveri e senza speranza o papabili in seno all’istituto con più soldi) appaiono solo un minuscolo e ininfluente contributo alla ricerca scientifica. Poco importa se a distanza di dodici anni un articolo dimenticato è stato ripreso e oggi ha cambiato un filone della ricerca, con notevoli risultati, nel combattere l’AIDS.

A voler combattere questo modo, sterile come si dice a gran voce dai non addetti ai lavori, inconcludente della maggior parte dei lavori di ricerca, a partire dalle tesi di laurea ovviamente fino a quelle di dottorato, ci pensano i settori industriali, che hanno coniato il titolo di Ricerca & Sviluppo, altresì detta R&D. Già, Ricerca e Sviluppo come se si sapesse già il futuro di tutte quelle attività di ricerca da intraprendere all’interno della realtà industriale; «si ricercano quelle cose che portano a uno sviluppo», mi dicevano i responsabili. Se avessero fatto caso al flop del primo esperimento sul riconoscimento vocale (Slam Door problem), non si sarebbe più investito sui temi Automatic Speech Recognition e Speech Synthesis. E’ come pensare che il Nobel a Einstein sia a causa dei suoi lavori sulla relatività, invece lo ha preso sul suo lavoro sulla natura della luce!

Dunque, la ricerca, utile più che mai in tempi di crisi. La ricerca che non si assoggetta a prendere posizioni politiche, quindi anche orientamenti sulle proprie speculazioni, per dare nuovo impulsi alla realizzazione di macchine elettriche per il trasporto locale.

Molto discutibile è l’uso del termine rinnovabile, che rispecchia poco la realtà delle cose; nemmeno il Sole lo è dal punto di vista energetico.

Si legge nell’articolo biocombustibili di seconda generazione, come l’etanolo cellulosico, derivato dal panico verga, erbaccia della prateria, senza rendersi conto del fabbisogno reale per il trasporto su quattro ruote. Certo, a meno di non ritornare indietro nei secoli quando l’appannaggio dell’utile era limitato a pochi eletti, mentre il resto rimaneva confinato nella miseria, nella gleba.

Si legge nell’articolo I biocombustibili derivati da alghe, spazzatura, scarti agricoli o da altre fonti potrebbero rivelarsi utili: per produrli non ci sarebbe bisogno di terreni, o al limite solo di terreni generici; utile è, al contrario capire, i veri risvolti delle enormi quantità necessarie per produrre biocarburanti; a proposito, una lettura la post Biocarburanti e la fame nel mondo, porta a calmierare questa eventualità a causa dei tanti interrogativi senza riposta sull’argomento: non è noto il costo dell’impianto per produrre biocarburanti, non si conoscono le implicazioni derivanti dalle malattie (delle alghe stesse) in casi di una cultura estesa di alghe, per la quale non è noto quali saranno i metodi di concimazione, chmica o naturale, per ottenere grandi estensioni di alghe.

Si legge nell’articolo L’eolico va alla grande ed è in crescita:, ma nessuna attenzione viene data al rumore di sottofondo prodotto nel caso di una installazione eolica di notevole importanza; che cosa dovranno fare gli abitanti, già da tempo stabilmente residenti in prossimità della futura installazione e dal quale terreno traggono il proprio sostentamento? Semplice, dovranno abbandonare la zona, afronte di un ridicolo risarcimento, come è avvenuto per tutte quelle abitazioni rimaste in prossimità della linea ad alta velocità, la TAV…

Si legge nell’articolo Un nuovo impianto in Finlandia è già in forte ritardo e ha sforato il budget. Ecco perché, di recente, il Canada e diversi stati americani hanno accantonato i piani per la costruzione di nuove centrali: non è così, poiché la Francia ha già abbandonato l’EPR e sta puntando decisamente verso le centrali nucleari di quarta generazione, come si legge nel post Energia pulita, due facce della stessa medaglia, 23 settembre 2008. I proventi derivanti dalla costruzione delle centrali in Finlandia, Olkiluoto, e in Cina, due reattori nella regione del Guangdong, serviranno a finanziare gli studi e la realizzazione delle centrali nucleari di quarta generazione in su.
E l’Italia quali reattori ha stipulato di comprare dalla Francia?

Si legge nell’articolo sprecare meno energia, usare meno energia per avere la birra fredda come prima, la doccia calda come prima e la fabbrica produttiva come prima.
Come si fa a dire a un’azienda che produce le asciugatrici o che produce lavatrici di classe A++ (in cui immette come novità l’asciugatura…) di cambiare stile di produzione perché così gli altri possono cambiare stili di vita per risparmiare sull’energia consumata?
Come si fa, in tempi di crisi economica, a dire a quest’azienda di investire i ricavati per trovare un’altro posto nel mercato che sia compatibile con uno stile di vita compatibile con la riduzione dei consumi, lasciando a casa o in cassaintegrazione (pagati dallo Stato, che aumenterà le tasse su chi può permettersi ancora un lavoro remunerato decentemente, cioè oltre la soglia di 1100 euro indicata dalla Banca d’Italia per la sopravvivenza in assenza di vacanze e svagi) i relativi dipendenti?
E’ facile prospettare scenari futuristici che spazzano via la situazione contingente se non si conoscono le situazioni economiche di chi si è trovato dentro le conseguenze della crisi economica, che in Italia, gira gira, si trascina irrisolta, in sordina, sin dalla fine degli anni novanta. Il giornalista staunistense non soffre della sindrome Bisogna non possedere niente per capire i bisogni degli altri. (G.Voglino).

Non si legge nell’articolo alcunché che riguardi la trazione elettrica: in Italia il Politecnico di Torino ha prodotto un prototipo di moto a trazioene compeltamente elettrica: la beffa, raccontata in una trasmissione televisiva -quelle solite utili trasmissioni mandate in onda dalle 23:30 in poi- sta nell’assenza di un interessamento da parte delle case automobilistiche contattate.

Però, i riconoscimenti George Polk Award, il Worth Bingham Award, il Society of Environmental Journalists award, ben mettono in risalto (gli italiani ben vedono il lavoro fatto all’estero, commiserando se stessi ingiustamente) un articolo dai contenuti scontati, da una parte, e tecnologicamente imprecisi, dall’altra. Sui medesimi contenuti si può invece investigare, almeno con la consapevolezza di leggere differenti opinioni e capire quali fonti di informazioni le sorreggono; ciò è stato alla base degli articoli, o post, pubblicati nel blog Due o tre cose, non di più; tra questi, se ne citano alcuni qui di seguito.

E ancora,

Segue, a evitare che nel prossimo futuro il link non sia più disponibile e l’articolo non più fruibile, l’articolo, non solo il link di rimando, apparso sul Sole 24 ore.


I falsi miti sulle energie rinnovabili

6 settembre 2009

Il mondo cerca affannosamente un’alternativa al petrolio. Dovrebbe fare tutto ciò che è plausibile per promuovere le energie alternative, ma anche questo non ha senso. Ci sono pressioni finanziarie, politiche e tecniche, oltre che vincoli temporali, che costringeranno a scelte difficili: le soluzioni dovranno andare nel senso di ottenere le maggiori riduzioni possibili di emissioni al minor costo e nel minor tempo possibile. Le macchine a idrogeno, la fusione fredda e altre tecnologie ipotetiche potranno anche sembrare accattivanti, ma rischiano di distogliere risorse preziose da idee che sono già ora raggiungibili e che sono efficienti sul piano dei costi. È divertente l’ipotesi di poter alimentare la propria automobile con gli scarti delle liposuzioni, ma questo non significa che sia il caso di sovvenzionarla.
In questi anni, l’idea di combustibili rinnovabili è parsa meravigliosa: le lobby agricole hanno convinto i paesi europei e gli Stati Uniti a varare programmi davvero ambiziosi per promuovere le alternative agricole alla benzina. Fino a questo momento, le cure (per lo più etanolo derivato dal granturco negli Usa e biodiesel ottenuto dall’olio di palma, dalla soia e dalla colza in Europa) si sono rivelate peggiori delle malattie.
Siamo ancora in tempo per scegliere una via realmente alternativa. Ma faremmo meglio a darci una mossa, cominciando ad abbattere i sette falsi miti sulle energie rinnovabili.

1) Bisogna azzerare la dipendenza dal petrolio
I combustibili fossili stanno producendo sfracelli sul clima e lo status quo è insostenibile. Attualmente il mondo scientifico concorda sulla necessità, per il bene del pianeta, di ridurre le emissioni di gas serra di oltre il 25% da oggi al 2020, e di oltre l’80% da ora al 2050. Anche se di mezzo non ci fossero le sorti del pianeta, mettere fine alla dipendenza dal petrolio e dal carbone servirebbe anche a ridurre l’influenza globale dei “petro-banditi” e la vulnerabilità alle impennate dei prezzi dell’energia.
Le persone ragionevoli possono non essere d’accordo con l’idea che i governi devono scegliere fra soluzioni vincenti e soluzioni perdenti. Ma perché non accettare almeno il concetto che i governi non devono dare la priorità alle soluzioni perdenti? Purtroppo è quello che sta succedendo. Il mondo si sta affannando a promuovere combustibili alternativi che di fatto accelereranno il riscaldamento globale, per non parlare di una fonte energetica alternativa che rischia di vanificare gli sforzi per fermare il riscaldamento globale.

2) Gli effetti perversi causati dalla deforestazione
Nel 2007, i ricercatori hanno riconosciuto gli effetti perversi in termini di deforestazione provocati dai biocombustibili. Ci vorranno quattrocento anni di utilizzo dei biocombustibili per “ripagare” l’anidride carbonica emessa con la bonifica delle torbiere finalizzata alla coltivazione della palma da olio. I danni indiretti rischiano di essere altrettanto devastanti: in un pianeta affamato, se si usano per i biocombustibili le piantagioni destinate al consumo alimentare, bisognerà trovare un altro luogo per gli alimenti. Ad esempio, i profitti dell’etanolo stanno spingendo i coltivatori di soia statunitensi a passare al granturco, e i coltivatori brasiliani di soia, per coprire l’ammanco di soia, si stanno espandendo sui terreni da pascolo, e gli allevatori brasiliani, a loro volta, invadono la foresta amazzonica. La richiesta di biocombustibili fa crescere la domanda di cereali spingendo i prezzi e rendendo profittevole saccheggiare la natura.

La deforestazione pesa per il 20% sulle emissioni globali: a meno che il mondo non riesca a eliminare le emissioni provenienti da tutte le altre fonti, bisognerà salvaguardare le foreste. Ciò significa limitare l’impatto ecologico dell’agricoltura: è un compito impegnativo considerata la crescita della popolazione; è un compito impossibile se vasti terreni agricoli vengono convertiti alla produzione di piante utilizzate per produrre mediocri quantità di combustibile. Se gli Usa destinassero il loro intero raccolto di granturco all’etanolo, servirebbe a rimpiazzare solo un quinto della benzina consumata nel paese.

I cereali necessari per riempire il serbatoio di un Suv di etanolo basterebbero a nutrire una persona affamata per un anno: produrre biocombustibili scatena un costante rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari e tante rivolte per il cibo nei paesi poveri. Nonostante questo, gli Stati Uniti, in dieci anni, hanno quintuplicato la produzione di etanolo; prevedono di quintuplicarla ancora nel prossimo decennio. Così ci saranno più soldi per i sovvenzionatissimi agricoltori americani, ma anche più malnutrizione, più deforestazione e più emissioni.

3) Biocombustibili di seconda generazione
La normativa americana, pur offrendo un sostegno generoso all’etanolo da granturco, include nuovi ingenti fondi per i biocombustibili di seconda generazione, come l’etanolo cellulosico, derivato dal panico verga, erbaccia della prateria. Sarebbero meno distruttivi dell’etanolo da granturco (per produrlo servono trattori e fertilizzanti). Anche l’etanolo di prima generazione derivato dalla canna da zucchero – in Brasile fornisce metà del carburante per trasporti – è più ecologico dell’etanolo da granturco. Studi recenti indicano che qualunque biocombustibile che abbia bisogno di terreni agricoli per essere coltivato sarebbe comunque peggiore della benzina, quanto a effetti sul riscaldamento globale. Un disastro meno disastroso dell’etanolo da granturco resta comunque un disastro.

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I biocombustibili derivati da alghe, spazzatura, scarti agricoli o da altre fonti potrebbero rivelarsi utili: per produrli non ci sarebbe bisogno di terreni, o al limite solo di terreni generici. Ogni volta pare che manchino parecchi anni per giungere a un loro sviluppo commerciale su larga scala. Alcuni scienziati, poi, sono fiduciosi riguardo alla possibilità di usare erbe perenni a crescita rapida, come il miscanthus, per convertire la luce del sole in energia. Per ora i terreni agricoli sembrano particolarmente indicati per produrre il cibo di cui abbiamo bisogno e per immagazzinare il carbonio che serve per salvarci; non sembrano indicati per generare carburante. Nuovi studi suggeriscono che se vogliamo convertire le biomasse in energia, la cosa migliore è trasformarle in elettricità. E allora che cosa dobbiamo usare in auto e camion? Nel breve termine …benzina. Semplicemente, dobbiamo usarne meno.

Invece di regolamentare i biocombustibili e sovvenzionare l’etanolo, i governi devono fissare parametri di efficienza energetica per fare in modo che il miliardo di automobilisti emetta meno gas di scarico. I sussidi vanno destinati al trasporto pubblico, alle piste ciclabili, alle ferrovie, al telelavoro, al car sharing e ad iniziative che inducano gli automobilisti a rinunciare all’auto. I politici devono smetterla di sovvenzionare progetti che non portano a nulla, di promulgare misure che comportano parcheggi in eccesso e limitano la concentrazione abitativa. Nessuna di queste misure è allettante come l’invenzione di un nuovo carburante magico, ma questi sono atti realizzabili e riducono le emissioni.
Sul medio termine, il mondo ha bisogno di macchine elettriche, unica risposta alla dipendenza petrolifera che non sia collocata in un futuro distante decenni. Già ora la produzione di energia elettrica causa più emissioni del petrolio, il che significa che bisogna dare una risposta anche alla dipendenza dal carbone.

4) Non basta progettare nuove centrali nucleari
L’energia atomica è a emissioni zero: tanti politici, e perfino qualche ambientalista, l’hanno sposata come alternativa a carbone e gas naturale. Negli Usa, che ricavano il 20% dell’energia elettrica dalle centrali nucleari, le società di servizi pubblici stanno pensando a nuovi reattori per la prima volta dopo il disastro di Three Mile Island, nonostante i timori per incidenti o attacchi terroristici e la mancanza di un sito di stoccaggio per le scorie radioattive. Russia, Cina e India si preparano a rilanciare l’atomo.
L’energia nucleare non risolve la crisi. La prima ragione è la tempistica: l’Occidente ha bisogno di operare tagli importanti delle emissioni nei prossimi dieci anni. Il primo nuovo reattore negli Usa sarà pronto nel 2017. Nel resto del mondo, gran parte dei discorsi sul nucleare sono rimasti tali: non c’è alcun paese occidentale che abbia più di un impianto nucleare in costruzione, e, nei prossimi dieci anni, decine di sedi esistenti diventeranno obsolete: è impossibile che il nucleare possa intaccare anche minimamente le emissioni derivanti dalla produzione di energia elettrica prima del 2020.

Poi, ci sono i costi. In teoria, per le centrali nucleari servono molti denari per la costruzione, ma meno per la gestione. In realtà, si stanno rivelando molto costose da edificare. L’esperto Amory Lovins ha calcolato che le nuove centrali nucleari costeranno tre volte di più di una centrale eolica (e questo prima che i prezzi di costruzione esplodessero per varie ragioni: la stretta creditizia globale, l’atrofizzazione della forza lavoro nel settore e un restringimento dell’offerta causato dal monopolio mondiale di una società giapponese per la fucinatura dei reattori). Un nuovo impianto in Finlandia è già in forte ritardo e ha sforato il budget. Ecco perché, di recente, il Canada e diversi stati americani hanno accantonato i piani per la costruzione di nuove centrali; ecco perché Moody’s ha appena avvertito le società di servizi pubblici che rischiano il declassamento se cercheranno di dotarsi di nuovi reattori; ecco perché le energie rinnovabili hanno attirato 71 miliardi di dollari di capitali privati in tutto il mondo nel 2007, mentre il nucleare ha attirato zero dollari.

I produttori di energia nucleare negli Usa stanno cercando di convincere i politici ad aggiungere alle facilitazioni già esistenti (garanzie sui prestiti, sgravi fiscali, sovvenzioni dirette e altre gentili concessioni che beneficiano il settore dalla culla alla tomba), altre elargizioni. Costruire i reattori non ha molto senso a meno che non sia qualcun altro a pagare.
Ecco perché la spinta più forte per il nucleare viene da paesi dove l’energia gode di finanziamenti pubblici. Si parla di sanzioni: se il mondo vuole colpire l’economia iraniana, forse bisognerebbe lasciare che i mullah si costruiscano le loro centrali nucleari.
A differenza dei biocombustibili, il nucleare non aggrava il riscaldamento globale. Un’espansione nucleare, come il recente piano dei repubblicani americani, che vogliono cento nuove centrali da oggi al 2030, costerebbe migliaia di miliardi di dollari garantendo vantaggi modesti in un futuro lontano.

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La lobby del nucleare ha un solo argomento forte dalla sua: se il carbone è troppo sporco e il nucleare è troppo costoso, come produrremo il succo che ci serve per tirare avanti? L’eolico va alla grande ed è in crescita: lo scorso anno quasi metà della nuova energia prodotta negli Usa è venuto dall’eolico; nel 2007 la sua capacità globale è cresciuta di un terzo. Nonostante abbia decuplicato la produzione di watt a livello mondiale in un decennio (ora il primo produttore è la Cina e anche l’Europa ha imboccato quella via), l’energia eolica rappresenta ancora meno del 2% dell’elettricità mondiale. Anche il solare e il geotermico sono tecnologie magnifiche e inesauribili, ma restano trascurabili a livello globale. Una famiglia americana mediamente possiede 26 apparecchi che funzionano con l’energia e il resto del mondo si sta mettendo in pari: il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti prevede che il consumo di elettricità a livello mondiale per il 2030 sarà cresciuto del 77 per cento. Come soddisfare questa domanda senza rimettere seriamente mano al nucleare? Non possiamo.

5) I risparmi di tutti per salvare il salvabile
Alcune ricette per risolvere la crisi energetica sono migliori di altre: vanno esplorate a fondo e con impegno prima di sperimentare modelli decisamente inferiori. C’è solo una risorsa energetica rinnovabile più pulita, economica e abbondante delle altre, che non provoca deforestazione e non richiede procedure di sicurezza, che non dipende dal tempo e che non richiede anni per realizzarla o portarla sul mercato. È l’efficienza: significa sprecare meno energia, usare meno energia per avere la birra fredda come prima, la doccia calda come prima e la fabbrica produttiva come prima. Non è una vecchia brontolona che ti assilla per dirti di farti la doccia con l’acqua più fredda, di spegnere le luci, di abbassare il termostato, di guidare meno, di volare meno, di comprare meno roba, di mangiare meno carne, di rinunciare al McDonald’s e di cambiare il tuo comportamento per risparmiare energia. Fare di meno con meno si chiama risparmio. Efficienza significa fare di più o fare lo stesso con meno. Non richiede grandi sforzi o sacrifici, ma elettrodomestici più efficienti, un’illuminazione più efficiente, fabbriche più efficienti ed edifici e veicoli più efficienti: fattori che potrebbero eliminare fra un quinto e un terzo dei consumi energetici mondiali senza sopportare nessuna privazione reale.

L’efficienza non è sexy. L’idea che possiamo usare meno energia senza troppa fatica non è molto in sintonia con l’odierna cultura del more is better. Il modo migliore per evitare che le centrali nucleari ci prendano in contropiede, diano più potere ai petro-dittatori o mettano in pericolo il pianeta è innanzitutto non costruirle. I “negawatt” risparmiati grazie a misure per il miglioramento dell’efficienza energetica generalmente costano fra uno e cinque centesimi di dollaro per kilowattora, contro costi previsti fra i 12 e i 30 centesimi per kilowattora per le nuove centrali nucleari. Gli americani, in particolare, e gli esseri umani, in generale, sprecano quantità incredibili di energia. Le centrali elettriche Usa scialacquano abbastanza energia da alimentare il Giappone; gli scaldabagni, i motori industriali e gli edifici americani sono ridicolmente inefficienti, come anche le automobili. Solo il 4% dell’energia usata per alimentare la lampadina a incandescenza produce luce: il resto viene sprecato. Secondo le previsioni, nei prossimi quindici anni la Cina costruirà più metri quadri di immobili di quanti ne hanno costruiti gli Stati Uniti in tutta la storia: là non esiste alcun parametro di edilizia verde o esperienza in materia.
Noi sappiamo già che fissare parametri di efficienza energetica può fare meraviglie: è già servito a ridurre i consumi energetici americani da livelli astronomici a medie semplicemente alte. Ad esempio, grazie ai regolamenti federali, i moderni frigoriferi americani usano tre volte meno energia dei modelli degli anni Settanta, pur essendo più grandi e tecnologicamente più raffinati.
I principali ostacoli all’efficienza sono gli incentivi perversi con cui molte società di servizi pubblici si trovano a fare i conti: fanno più soldi se vendono più energia, e quindi devono costruire nuove centrali. In California e nel Nord-Ovest Pacifico (gli stati Usa e le province canadesi della costa nordoccidentale) i profitti delle società di servizi pubblici sono stati scorporati dalle vendite di energia elettrica, permettendo alle aziende di aiutare i clienti a risparmiare energia senza arrecare danno agli azionisti. Così, in quell’area l’impiego energetico procapite rimane stabile da trent’anni, mentre nel resto degli Stati Uniti è cresciuto del 50 per cento. Se le società di servizi pubblici in tutto il mondo potessero fare soldi aiutando i loro clienti a usare meno energia, il dipartimento dell’Energia americano non pubblicherebbe cifre tanto inquietanti.

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6) Serve una rivoluzione tecnologica
Sul lungo periodo è difficile pensare (in assenza di scoperte rivoluzionarie) che riusciremo a ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050, considerando che la popolazione mondiale aumenta e i paesi in via di sviluppo crescono. Perciò un programma Apollo per le tecnologie pulite, modellato sul progetto Manhattan, è un’idea sensata. Bisogna imporre un prezzo alle emissioni per far capire agli operatori di mercato e agli innovatori che è necessario promuovere attività a basso livello di emissioni: il programma di scambi di quote di emissioni dell’Unione europea dopo una partenza titubante sembra funzionare bene. I capitali privati che già si riversano sul settore delle energie rinnovabili potrebbero riuscire un giorno a produrre un pannello solare a buon mercato, o un carburante sintetico, o una batteria superpotente, o una centrale a carbone realmente pulita. A un certo punto, dopo che avremo spremuto tutti i “negawatt” e i “negabarili” possibili, ci servirà qualcosa di nuovo.

Disponiamo già di tutta la tecnologia necessaria per cominciare a ridurre le emissioni tagliando i consumi. Anche solo mantenendo stabile la domanda di energia elettrica, possiamo sottrarre un megawatt di elettricità ricavata dal carbone ogni volta che aggiungiamo un megawatt di elettricità ricavata dal vento. Con una rete intelligente, con regole per l’edilizia verde e parametri di efficienza energetica rigorosi per qualsiasi cosa, dalle lampadine ai televisori al plasma alle batterie di server, possiamo fare di più che limitarci a mantenere la domanda stabile. Al Gore ha un piano ragionevolmente plausibile per un’energia a zero emissioni di qui al 2020: l’ex vicepresidente americano pensa a un decremento della domanda del 28% attraverso l’efficienza, sommato a incrementi altrettanto ambiziosi dell’offerta di energia eolica, solare e geotermica. Per raggiungere i nostri traguardi del 2020 non è necessario ridurre a zero l’impiego di combustibili fossili. Basta che ne usiamo meno.
Se qualcuno avrà un’idea migliore da oggi al 2020, benissimo! Per il momento, concentriamoci sulle soluzioni che consentono di tagliare più emissioni possibile al minor costo possibile.

7) Iniziamo cambiando i nostri stili di vita
In questo periodo, è politicamente scorretto suggerire che diventare più verdi possa comportare correzioni anche minime al nostro stile di vita, ma affrontiamo la realtà. Jimmy Carter aveva ragione. Non moriremo mica se abbassiamo il riscaldamento e indossiamo un maglione. L’efficienza è una droga miracolosa, ma il risparmio è ancora meglio: una Prius consuma meno benzina, ma una Prius parcheggiata in garage mentre tu ti sposti in bici non ne consuma affatto. Anche le più efficienti fra le asciugatrici consumano più energia dello stendino dei panni.
Fare di più con meno è un ottimo inizio, ma per arrivare all’obbiettivo dell’80% di emissioni in meno il mondo industrializzato potrebbe, occasionalmente, dover fare di meno con meno. Forse dovremo disattivare qualche cornice digitale, sostituire in alcuni casi il viaggio d’affari con la teleconferenza, e andarci piano con i condizionatori. Se questa è una verità scomoda, è meno scomoda delle migliaia di miliardi di dollari che costano i nuovi reattori, della dipendenza perpetua da petro-stati ostili o di un pianeta in affanno.

Dopo tutto, i paesi in via di sviluppo hanno il diritto di crescere. I loro cittadini sono comprensibilmente smaniosi di mangiare più carne, guidare più automobili e vivere in case più belle. Non sembra equo che il mondo industrializzato dica: fate quello che diciamo, non quello che abbiamo fatto in passato. Ma se i paesi in via di sviluppo seguiranno, per giungere alla prosperità, la strada dello spreco già percorsa dai paesi industrializzati, la terra che tutti condividiamo non reggerà. Perciò dobbiamo cambiare modo di comportarci. A quel punto potremo almeno dire: fate quello che facciamo, non quello che abbiamo fatto in passato.

(Traduzione di Fabio Galimberti)


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Energie rinnovabili, quali conoscenze?ultima modifica: 2009-09-07T18:12:00+02:00da blog2blog
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