Biocarburanti e la fame nel mondo.

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» 2009-01-24 14:54
Biocarburanti: anche quello da alghe
Ricerca sudcoreana, piu’ economico e piu’ facile da produrre
alghe_biocarburanti-874a05201d3434863a922e2c26826fb5.jpg (ANSA) – ROMA, 24 GEN – Produrre bioetanolo dalle alghe da utilizzare come carburante: il brevetto e’ stato depositato da un gruppo di ricerca della Corea del Sud. Lo riporta la rivista New Scientist. Rispetto allo sfruttamento di cereali ricavare biocarburanti dalle alghe coltivate appositamente presenta molti vantaggi. Le alghe crescono piu’ velocemente e non contenendo lignina, il processo di purificazione e’ piu’ veloce. I biocarburanti dalle alghe sarebbero piu’ economici e piu’ semplici da produrre.

Il biocarburante è un carburante ottenuto da fonti alternative quali oli vegetali, grassi animali e, ora, anche da alghe. Non è un olio vegetale puro e semplice, come l’olio di colza, ma è il risultato di un processo chimico. E’ un combustibile liquido, con viscosità simile a quella del gasolio per autotrazione. Può essere mescolato con il gasolio, impiegato nei moderni motori diesel ma, a causa del maggior poter solvente, può indurre una degradazione nei tubi e nei giunti in gomma, che, sciogliendosi, possono poi formare depositi o intasare le linee dell’alimentazione del veicolo.

Dal punto di vista ambientale, il biodiesel si differenzia dal gasolio perché:

  • riduce le emissioni nette di ossido di carbonio, CO, di un 50% e di biossido di carbonio (CO2) del 75% (il carbonio emesso durante la sua combustione è quello che era già presente nell’atmosfera e che la pianta ha fissato durante la sua crescita; il carbonio, nel caso del gasolio, era rimasto intrappolato in tempi remoti nella crosta terrestre;
  • non contiene idrocarburi aromatici, ridotti del 70%;
  • non ha emissioni di diossido di zolfo (SO2), visto che non contiene zolfo;
  • riduce l’emissione di polveri sottili fino al 65%;
  • produce più emissioni di ossidi di azoto rispetto al gasolio, contenibile riprogettando i motori diesel e dotando gli scarichi di appositi catalizzatori, come avviene per i motori a benzina verde (il catalizzatore non funziona per i motori a benzina rossa alimentati a benzina verde, ma di questo non se ne parla…).

Una crescita incontrollata del settore e gli elevati profitti della nuova filiera potrebbero indurre un esodo di massa degli operatori e un conseguente deficit nella produzione alimentare locale: rischio particolarmente elevato nei paesi in via di sviluppo del terzo e del quarto mondo, che basano la loro economia sul settore primario, volte a consumare quantità sostanziose di cibo, necessarie per la sopravvivenza delle classi sociali meno ricche.

ALGHE.

Quelle specie di alghe con un contenuto di olio che può arrivare al 50% potrebbero risolvere la produzione di olio per autotrazione (al posto dell’uso di olio di colza, cereali e quant’altro che, invece, rovinerebbe l’aspetto nutritivo per l’uomo) poiché potrebbero bastare appena 30.000 km² del territorio statunitense (corrispondenti allo 0,3% del totale) per produrre il biodiesel necessario per sostituire tutto il carburante da autotrazione che viene attualmente utilizzato negli USA. Inoltre, il terreno più adatto alla crescita delle alghe avrebbe caratteristiche di tipo desertico a forte irraggiamento solare, quindi con basso valore economico per qualunque altro utilizzo. Infine, si potrebbero utilizzare gli scarti agricoli e l’eccesso di CO2 prodotto dalle industrie per velocizzare la crescita delle alghe stesse.

Un recente documento di Michael Briggs del Biodiesel Group dell’Università del New Hampsire -i ridotti investimenti in ricerca di base in Italia non permettono di avere studi in questo settore- offre stime per la sostituzione di tutto il carburante per autotrazione con biobiesel, utilizzando alghe con contenuto di olio superiore al 50%.

Tuttavia, c’è da dire che:

  1. non vi è alcuna sperimentazione in larga scala sulle alghe;
  2. non sono note le malattie che le affliggono quando si ha una monocoltura estesa;
  3. non si hanno i costi dell’impianto per produrre il biodiesel da alghe;
  4. non si conosce quali necessità si dovranno mettere in atto per ottenere alte rese nella coltivazione intensiva di alghe, come è avvenuto per la coltivazione intensiva agricola tradizionale per la quale non viene più utilizzato il concime naturale ma prodotti chimici, ottenuti a fronte di costose ricerche, per la concimazione e contro i parassiti.

Biocarburanti, attenzione. Il biocarburante è un propellente ottenuto in modo indiretto da biomasse come grano, mais, bietola, canna da zicchero e altro.
Tuttavia, anche se proviene da una risorsa alternativa per cui ci si aspetta che contribuisca in misura minore all’effetto serra, presenta alcuni svantaggi:

  • toglie terreno agricolo utilizzato per la produzione di cibo per alimentazione umana, riducendo la disponibilità di derrate alimentari e aumentando, di fatto, la fame nel mondo;
  • il rapporto tra energia necessaria per produrli e quella ottenibile non è sempre favorevole; infatti, la produzione di biodiesel da soia e girasole e di etanolo da mais, legno ed erba, richiede, di gran lunga, più energia di quanta se ne possa ricavare dai combustibili ottenuti, non tenendo conto di eventuali tasse e di eventuali danni ambientali;
  • occorrono 4000 litri di acqua per l’irrigazione delle colture e durante il processo chimico di trasformazione, a fronte di un litro di biodiesel prodotto;
  • occorrono enormi estensioni di territorio, a fronte di coltivazioni tradizionali; analizzando quantitativo di biodiesel che può essere prodotto per unità di terreno coltivato -circa 850 chilogrammi per ettaro-, si ricava che per alimentare i milioni di veicoli che circolano in Italia -per un consumo medio di mille litri di carburante annui- occorrerebbero sei milioni di ettari coltivati a canna da zucchero, quando la superficie coltivabile in Italia per scopi di alimentazione umana, è all’incirca il doppio, tredici milioni di ettari; la politica corretta è ridurre il numero di veicoli circolanti in Italia e adottare automobili con motore diesel di piccola cilindrata con consumi ridotti pari a 2 o 3 litri per 100 chilometri;
  • è emerso che gli USA, nazione con una richiesta energetica pro-capite tra le più elevate nel mondo, non possiede abbastanza territorio coltivabile per rifornire i veicoli della propria popolazione.

L’utilizzo delle risorse agricole per la produzione di biocarburanti comporterà la salita dei prezzi dei terreni coltivabili a cereali e altre materie prime per la sintesi di biocombustibili, inducendo l’uscita di una parte enorme della popolazione mondiale dal mercato alimentare, meno cibo per tutti, anche se la produzione di biocarburanti contribuisce alla crescita delle economie locali, poiché crea opportunità di lavoro in zone rurali, laddove il terreno agricolo semi-arido potrà sostenere a lungo termine la coltivazione di piante con le quali produrre biocarburanti. Deve essere scontato che i governi si impegnino nell’applicazione di soluzioni innovative per lo sviluppo sostenibile.

Ciò che sta accadendo è che la crescente domanda di biocombustibili ha indotto un rialzo minimo del 30% del prezzo:

  • delle superfici coltivabili in vaste aree degli Stati Uniti e del Sudamerica,
  • dei vegetali dai quali sono ottenuti,
  • dei prodotti sostitutivi, quali grano e cereali,

per il fatto, assai discutibile, che i biocombustibili sono “coltivabili” nelle aree dove in precedenza crescevano cereali e grano. In realtà, si assiste all’aumento del prezzo dei biocombustibili per un eccesso di domanda a crescita esponenziale e all’aumento del prezzo dei cereali dovuto a un calo dell’offerta, perché la coltivazione di terreni a scopo di biocombustibili è più redditizia per i contadini che non per la produzione di cibo per consumo alimentare: ciò sta causando rincari anche per i prodotti derivati, come pasta (+30%), dolciumi, pane, foraggi e carne, di conseguenza.

Inutile ribadire che la coltivazione di cereali destinati alla sintesi di bioetanolo anziché alla produzione di generi alimentari è una delle cause del rincaro dei cereali e dei relativi derivati. Complici sono i sussidi federali (USA) e comunitari (EU), dovuti all’immobilismo politico che si registra in Europa da tempo senza decisioni per sbloccare la crisi industriale stagnante da una decina d’anni a cui si affianca anche quella economica mondiale, per la produzione di bioetanolo, sussidi che sono maggiori di quelli della produzione di cereali per scopi alimentari, meno remunerativi di quelli per biocarburanti.

Non occorre dimenticare l’espansione della monocultura a soia e palma da olio -interessante è il documentoCome ti friggo il clima di Greenpeace-  che provoca la necessità di deforestare vaste aree della foresta amazzonica.

Una curiosità. In Italia il consumo annuo di carburanti per autotrazione è circa 40 miliardi di litri e un grammo di olio ha circa 9 calorie; con un bisogno energetico a persona di 2500 calorie al giorno, si ricava che il consumo di biodiesel dei veicoli italiani è la controparte per sfamare, invece, circa 300 milioni di persone.

Biocarburanti e la fame nel mondo.ultima modifica: 2009-01-25T12:25:00+01:00da blog2blog
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