Utilizzare biomasse genera fumi tossici?

Fonte.

» 2009-01-22 21:00
Trovato identikit di nube su Asia
Colpa dei fumi delle biomasse
biomasse_tossiche-2905285e4f2d11947694abd161b93eff.jpg (ANSA) – ROMA, 22 GEN – L’enorme nube marrone che d’inverno si aggira sull’Oceano indiano e sui paesi dell’Asia del Sud e’ un ammasso di polveri inquinanti.Questo ammasso deriva dalla combustione delle biomasse, cioe’ materiali molto usati nei paesi in via di sviluppo nelle abitazioni per riscaldarsi e cucinare, ma che sprigionano fumi molto tossici. Lo ha scoperto un team internazionale di varie universita’, capitanati da Orjan Gustafsson dell’Universita’ di Stoccolma. Lo studio e’ stato pubblicato su Science.

Cogeneratore Montale e il nodo della diossina l’impianto è fermo dal 19 luglio.

#FonteIl 19 luglio l’inceneritore di Stazione, frazione del Comune di Montale, è stato chiuso in via precauzionale. I risultati delle analisi effettuate dall’Arpat il 3 maggio evidenziavano un forte sforamento dei livelli di diossina: dagli 0,1 nanogrammi per metro cubo consentiti dalla legge agli 0,6 emessi dall’inceneritore. Da 48 giorni i rifiuti della Piana sono smaltiti nella discarica di Montespertoli. I risultati delle ulteriori analisi dell’Arpat, comunicate il 27 luglio, confermavano lo sforamento: diossina superiore di tre volte al limite consentito. L’11 agosto è stato pubblicato il bando di gara indetto dal Cis per la realizzazione della terza linea dell’inceneritore. Un bando a procedura ristretta con scadenza dei termini per la presentazione delle offerte fissata al 23 agosto. Il 24 agosto è arrivato il dietro front del Cis: bando annullato per errori nello svolgimento della procedura e gara rimandata fino al momento in cui non sarà dato il via libera alla riapertura dell’impianto. Le amministrazioni locali garantiscono lo svolgimento di analisi sui terreni circostanti e un’analisi epidemiologica sulla popolazione. Nel frattempo, il 12 agosto, il cda del Cis e il contestatissimo presidente Giorgio Tibo (ex sindaco di Montale) si sono dimessi. (t.g).


 Dalla lignite alle biomasse: storie di contrasti

Angelo Attadia oggi ha 85 anni. L’età cela a fatica l’indole battagliera, ancora viva, che ha contraddistinto la sua giovinezza. Vive ad Acqua Nocella, una contrada di Rotonda, con la moglie Maria. Ha tre figli. Teresa, la più piccola, sposata da poco, si occupa del piccolo negozio di generi alimentari che sta sotto casa e che è anche una ricevitoria del lotto. Antonio studia ingegneria, mentre Francesco, il primogenito ha investito nell’agricoltura biologica. Se non fosse per qualche acciacco sarebbe di nuovo pronto a scendere in piazza con quelli che oggi protestano per la riconversione a biomasse della centrale di Pianette perché la ritengono una seria minaccia per la salute e l’ambiente della zona. Sarebbe per lui come ritornare indietro di quarant’anni e rivedere scorrere i fotogrammi di quei giorni “caldi” in cui, insieme ad altre centinaia di cittadini della Valle del Mercure, iniziò la lotta per ottenere l’installazione dei filtri sulla ciminiera dell’allora centrale termoelettrica che emanava fumi sinistri. La storia del presidio produttivo dell’Enel, dunque, da quando fu installato ed iniziò a funzionare, ha già conosciuto episodi di forte tensione nelle comunità dell’area. La centrale, infatti, avvia la propria attività produttiva tra la fine del 1965 e l’inizio del 1966, utilizzando quale combustibile la lignite torbosa dei giacimenti del Mercure. Ha inizio così, il periodo di sfruttamento dei fossili senza tuttavia che fossero adottate da parte della Società che la gestiva, le misure minime necessarie a preservare l’ambiente e i cittadini dalle abbondanti emissioni dei fumi. Nessun filtro risultava essere stato installato nell’impianto. Le cronache dell’epoca parlano di “fumo mefitico e velenoso che fuoriesce ogni giorno dalla ciminiera della centrale”. E continuano testimoniando di “madri che mostrano i loro figli piagati”, di “contadini che lamentano la morte dei loro animali e l’isterilirsi delle loro campagne”. Angelo Attadia, all’epoca, aveva un piccolo emporio all’interno della stazione ferroviaria di Rotonda Scalo, a poche spanne da contrada Pianette di Laino Borgo. Era un commerciante, e ad alcuni apparve strano che potesse mischiarsi ai “cafoni” e protestare con loro, essere il loro capo. “I fumi che fuoriuscivano dalla ciminiera della centrale portavano una fuliggine che si depositava sulle coltivazioni dei campi circostanti, sugli animali, sulle nostre teste, insomma”, ci racconta. “Per questo volli denunciare subito la cosa alle autorità, e persino al Ministro della Sanità, perché gli agricoltori e gli allevatori della Valle accusavano la perdita di capi di bestiame e danni alle proprie coltivazioni. Qualcuno ci disse che noi eravamo gente fissata e che le ceneri non solo non erano dannose, ma che erano ottime come concime. I dirigenti della Sme, la società che allora gestiva l’impianto, ci assicurarono che nel giro di pochi mesi sarebbero stati installati i filtri elettrostatici per controllare la fuoriuscita dei fumi, ma le promesse non vennero mantenute. I mesi trascorrevano, ma dei filtri non si aveva traccia”. Per cui l’ansia tra le popolazioni dei paesi della Valle, in special modo tra gli abitanti delle contrade prossime allo stabilimento, iniziò a salire. Angelo Attadia che aveva dalla sua l’esperienza di attivista e militante nel Pci, divenne subito il leader della protesta. Grazie al passaparola che un amico diffuse in bicicletta recandosi nelle case sparse del territorio prossimo alla centrale, riuscì a radunare una quarantina di persone ed a portarle davanti ai cancelli dello stabilimento. Fu la prima di una serie di manifestazioni davanti al presidio produttivo. I cittadini, in sostanza, manifestarono chiedendo che la ciminiera della centrale venisse munita di un filtro idoneo a rendere il fumo innocuo per gli uomini e per le colture e che fino a quando non fosse posto il filtro, la centrale funzionasse solo a nafta. Inoltre proponevano che si desse vita ad industrie sussidiarie e secondarie per lo sfruttamento della lignite e dei suoi sottoprodotti e che si utilizzasse a basso prezzo ed in loco, parte dell’energia prodotta per lo sviluppo economico della Valle. “Ben presto riuscimmo a coinvolgere molti altri cittadini dell’area. In una settimana passammo da quaranta a quattrocento. Aderirono alla lotta molti cittadini delle contrade di Pedali di Viggianello e di Rotonda, di Laino e Castelluccio, ma intanto la situazione rischiava di esplodere da un momento all’altro perché i danni subiti dalla fuoriuscita dei fumi si facevano sempre più consistenti”, continua Attadia. “I reticenti non mancavano, ma avevamo dalla nostra anche gli stessi operai dello stabilimento che pur non esponendosi apertamente appoggiavano la nostra protesta”. Insomma, la ritardata adozione dei dispositivi per bloccare i gas di scarico della centrale provocò un clima preoccupante. Le proteste davanti alla centrale, fino ad allora pacifiche, degenerarono. I cittadini della Valle del Mercure erano, ormai, esasperati perché il fumo della centrale minacciava la loro esistenza ed il futuro stesso del territorio. Fu così in occasione dell’ennesima manifestazione, in piazza scesero a protestare oltre mille persone. Decisi ad entrare all’interno della centrale furono respinti dalle forze dell’ordine accorse in numero massiccio per tenere sotto controllo la protesta. Molte le donne presenti tra i dimostranti, considerate dai cronisti di quegli anni come le più agguerrite. Dopo aver tentato di superare un altro blocco per entrare all’interno dello stabilimento e dopo essere stati nuovamente respinti dai carabinieri e dalla polizia, i manifestanti si recarono nei pressi della presa d’acqua che alimentava l’impianto di raffreddamento della centrale, in territorio di Viggianello, per danneggiarla. Qui, armati di badili e picconi affrontarono le forze dell’ordine. I tafferugli, secondo le cronache dell’epoca, causarono quattro feriti tra carabinieri e poliziotti. Sedata la protesta furono arrestati proprio Angelo Attadia definito “l’ispiratore della manifestazione e tra i più accesi dimostranti” e due contadini di Castelluccio Inferiore. Angelo Attadia, dunque, conobbe anche il carcere nel corso di questa vicenda. Tre giorni trascorsi nel penitenziario di Castrovillari. Ma tutto ciò non lo ha fermato. Ha continuato a lottare coi suoi compagni di avventura ed alla fine ha vinto la battaglia insieme alle popolazioni della Valle che si sono viste riconoscere il diritto al risarcimento per i danni subiti dall’emissione dei gas di scarico dell’impianto termoelettrico del Mercure. Uno stabilimento che, in seguito alla dura protesta delle popolazioni, fu dotato dei filtri tanto attesi e che dal 1970, dopo l’esaurimento lignifero di Pianette e la valutazione secondo cui lo sfruttamento di altri due giacimenti risultava inconveniente, fu alimentato ad olio combustibile. Oggi, nel raccontarci di questa storia, Angelo Attadia non nasconde la nostalgia per quei giorni difficili e pieni di episodi e cronache che riempiono il suo personale diario dei ricordi. Si tiene aggiornato quotidianamente sulle vicende legate alla riconversione a biomasse della centrale del Mercure e sulle azioni portate avanti dalle popolazioni del territorio per impedire la sua riattivazione. Per gli  attivisti del Comitato Ambiente e Salute del Pollino è un simbolo, un punto di riferimento importante per perseguire con tenacia la battaglia intrapresa. Per questo anche Francesco Di Giano, una delle anime della protesta di oggi, ha voluto incontrarlo. Per confrontarsi con lui, sentirsi narrare le vicende che raccontano della rivolta di donne e di uomini che resisi conto di essere minacciati hanno saputo difendersi. Fare tesoro delle sue testimonianze, di una storia di quarant’anni fa che sembra incredibilmente la stessa.

Silvestro Maradei 

aprile  2005

Fonte

 


Fumi pericolosi se la loro temperatura supera i 200 gradi. Leggere questo articolo, riportato per intero al fondo di questo post casomai dovesse scomparire dal sito. e pensarci su, andando a docuemtarsi in proprio senza prendere per oro colato la parola di chichessia, esperti da grido compresi -molti rivedono il proprio pensiero a seconda di chi li paga…

 

Dunque, biomasse in Asia come scaldarsi con legna e carbone nel Medioevo, con la differenza che il rendimento delle biomasse è metà di quello del carbone; con la differenza che bruciare le biomasse trattate chimicamente è pericolosissimo.

  Tempo fa alla TV si trasmettevano un bel pò di documentari scientifici, dal terzo millennio, grazie a virtù infuse, si preferisce trasmettere giochi, quiz, varietà, stupida comicità, telefilm americani e film che vengono ritrasmessi parimenti ogni anno: il popolino si deve svagare al sera, in prima serata, dopo va a letto per poter alzarsi di primissima mattina e raggiungere il posto di lavoro, mentre in terza serata si trasmettono notizie interessanti -così come nel pomeriggio centrale quando tutti sono al lavoro- rinviate dalla seconda serata, a richuio poiché qualcuno potrebbe essere ancora sveglio, potrebbe capire, potrebbe documentarsi, potrebbe far svegliare le cellule grigie… Molti di questi documentari sono sui canali via satellite e si spera che vengano riportati giù sul digitale terrestre.


 Biomassa in Val Padana.

Indice

[nascondi]


Presentazione

Mi è arrivato il racconto-riflessione di un cittadino che per ora desidera rimanere anonimo.

Dice che lo stanno prendendo per pazzo.

Lo chiamerò Eridano, l’antico nome del Po.

Mi ha chiesto se poteva pubblicarlo nel nostro sito. Gli ho detto che poteva usare ElectroYou, nato proprio per questo. Mi ha chiesto se potevo aiutarlo io.

L’ho letto e gli ho risposto di sì.

Contiene considerazioni sulle quali discutere, ed alcuni calcoli semplici che fanno riflettere.

Mi auguro che l’articolo possa suscitare un dibattito, che può essere sviluppato nelle note di fondo pagina, oppure in questa sezione del Forum anche per individuare, se ci sono, gli errori concettuali di conclusioni piuttosto sorprendenti.

Ecco dunque il documento di Eridano.


Scaldarsi bruciando legna

mi è sempre sembrato naturale. E anche bello, se penso al mio caminetto acceso in una fredda sera invernale.

Bruciare biomassa non mi fa lo stesso effetto dal punto di vista emotivo. Per un verso mi lascia indifferente, per un altro mi inquieta.

E’ sempre più frequente l’uso di termini astrusi o giri di parole per indicare cose od attività comuni. Si è cominciato, a mia memoria, con “operatore ecologico” che ha sostituito “spazzino” o il più raffinato “netturbino”, per arrivare alla sostituzione di “bidello” con “collaboratore scolastico senza funzioni di docenza”.

Può darsi ci siano delle ragioni, ma in genere neologismi e neolocuzioni o fanno sorridere, procurando materiale per i comici di Zelig, o sembrano ( e/o sono) inventati per nascondere qualcosa.

Termovalorizzatore, ad esempio: perché modificare termini esistenti che indicano la stessa funzione, come bruciatore od inceneritore?. Ma si sa: l’inceneritore si è fatto fama di inquinatore, quindi meglio cambiargli nome. Inceneritore indica con troppa precisione ciò che fa di ciò che riceve: ceneri (e fumi). Il termovalorizzatore invece no: lo valorizza.

Quindi meglio termovalorizzare che incenerire, tanto più che termovalorizzando le ceneri e i fumi scompaiono.

L’uso spensierato ed incontrollato di energia ci pone di fronte a


scelte difficili

Probabilmente l’emergenza costringerà a scelte non perfette, non condivise da tutti, ma bisognerà farsene comunque una ragione, consapevoli che l’unanimità su di esse è pura illusione. Non solo perché al mondo c’è chi è intelligente e chi no, ma anche perché probabilmente non esiste la scelta perfetta: o non si hanno gli strumenti per sapere subito quale possa essere, o perché il tempo la trasforma.

Chi avrà però la responsabilità di scegliere, dovrà motivare seriamente la scelta, illustrandone vantaggi e svantaggi, senza ambiguità e sotterfugi, senza inseguire ingannevoli interessi personali. Tutto alla luce del sole, insomma.

Nel mio paese è stata approvata la costruzione di


una centrale elettrica a biomassa

Tutti entusiasti: sindaco, assessori, imprenditori, professionisti locali. Dicono anche i cittadini: ma nessuno è andato porta a porta per sentirne il parere spiegando il tutto con precisione. D’altra parte è una chimera credere che ciò possa essere possibile.

La cosa più o meno è stata presentata in questi termini:

  • La centrale a biomassa valorizza i residui agroindustriali, riduce surplus agricoli sostituendo colture tradizionali con colture energetiche, crea opportunità di sviluppo di nuove iniziative industriali. Può comportare dunque notevoli ricadute a livello economico, ambientale e occupazionale.
  • ha un contributo nullo sull’incremento del tasso di CO2 in atmosfera, favorendo così il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto.
  • è una via importante per raggiungere l’autonomia energetica locale di aziende agricole.
  • Può contribuire alla riduzione dei rifiuti solidi urbani, consentendo la loro valorizzazione energetica.

Quest’ultima possibilità mi ha creato disagio, tanto più che nella presentazione del progetto si parlava della potenzialità termica, non del bruciatore, ma del termovalorizzatore.

“Qui mi nascondono qualcosa”, ho pensato, io che non amo i termovalorizzatori, forse per mie paure ingiustificate.

Il fatto è che non ho ancora ben capito che fine fanno le ceneri ed i fumi che ancora si producono pur termovalorizzando.

“Dal camino non esce nulla”, mi hanno detto.

“Sì,”, ho obiettato, “ed allora perché costruirlo?”.

Mi rendo conto che non si può essere sempre contro tutto: la vicenda dei rifiuti in Campania mostra come va a finire. Una soluzione priva di inconvenienti non c’è, ma in una non soluzione ce ne sono molti di più.

Siamo in una fase transitoria che mi auguro si possa superare, e decisioni devono essere prese, anche se non saranno quelle che desidereremmo.

Decido allora di documentarmi meglio sulle biomasse ed i loro vantaggi. Riassumo qui


il confortante quadro

che ci si può fare viaggiando in internet

  • Col termine “biomassa” si intende ogni sostanza organica che derivi direttamente o indirettamente dalla fotosintesi clorofilliana, il processo attraverso cui le piante, utilizzando l’energia luminosa del sole, assorbono anidride carbonica (CO2) e acqua, trasformandole in materiale organico utile alla loro crescita, e liberano ossigeno (O2).

Il ciclo di una biomassa

  • Le biomasse sono abbondanti, facilmente reperibili, di basso costo, rinnovabili.
  • Dal punto di vista ambientale, non contribuiscono all’effetto serra. L’assorbimento di biossido di carbonio (CO2) da parte delle piante è infatti pari a quello emesso durante la combustione necessaria a produrre energia.
  • Hanno basso tenore di zolfo e, quindi, non contribuiscono alla produzione di piogge acide. Infine, il loro fine ciclo costituisce un potenziale fertilizzante.
  • Il loro impiego a fini energetici crea opportunità di sviluppo e occupazione in aree depresse.

Per ricavare energia dalle biomasse si hanno due tipi di processi:

  • Termochimico: le biomasse sono bruciate ed il calore prodotto è utilizzato per ottenere ad esempio energia elettrica o semplicemente per riscaldarsi. Le biomasse adatte sono la legna e tutti i suoi derivati (segatura, trucioli), i più comuni sottoprodotti colturali di tipo ligno-cellulosico (paglia di cereali, residui di potatura della vite e dei fruttiferi) e gli scarti di lavorazione (lolla, pula, gusci, noccioli).
  • Biochimico: con il contributo di enzimi, funghi e micro-organismi, che si formano nella biomassa in particolari condizioni, si innescano reazioni chimiche dalle quali si può ricavare energia. Le biomasse adatte sono foglie, steli di barbabietola, ortive, patata, reflui zootecnici, alcuni scarti di lavorazione e alcune tipologie di reflui urbani e industriali.

Insomma tutto bello, tutto bene, tutto semplice. Nessun inconveniente. Però c’è la preoccupante (per me…) possibilità di inserire tra le biomasse i rifiuti solidi urbani. Il confine per stabilire cosa sia una biomassa diventa sempre più largo e sfumato. Tralascio questo aspetto, per ora e cerco di convincermi anch’io come sembrano fare gli altri:

“Ma sì, si bruciano gli scarti vegetali”, penso.”Ci siamo sempre scaldati con la legna, no? Il caminetto in casa dà calore, fisico e psichico. E’ bello vedere le lingue elettromagnetiche infilarsi guizzanti nel buio della canna fumaria. Fanno pensare al senso della nostra esistenza, anche se non me lo rivelano: ma questo è un altro discorso.

E poi le ceneri che restano sono addirittura un fertilizzante per l’orto. E allora che c’è di male? Sì, restano i fumi, ma dicono che sono innocui. Ricordo ancora una trasmissione televisiva di alcuni anni fa che mostrava l’allora sindaco di Milano Albertini salire fino alla bocca d’uscita della ciminiera del termovalorizzatore di Brescia, per dimostrare che non usciva niente. Annusava l’aria che usciva come un profumo. Un’esagerazione senza dubbio, ma forse anche le mie paure sono esagerate

E poi in biomassa c’è il prefisso rassicurante: bio. Tutto ciò che è bio è buono e fa bene (oltre che costare di più…)”


Analisi del progetto

Nel caso della centrale del mio paese, si parla di termovalorizzare le biomasse. Finiranno ( non riesco a togliermelo dalla testa) per bruciare anche altro o forse solo altro perché si scoprirà che…..

Suppongo di essere ossessionato dalla terminologia per cui cerco di valutare i dati di funzionamento della centrale.

Obiettivamente.

Leggo:

  • potenza: 5 MW.
  • Si prevede di bruciare sorgo.

Il sorgo…!? Non so bene che sia.

Vado in internet e trovo su wikipedia

Sorghum vulgare è una pianta erbacea annua della famiglia delle Graminacee. Anche detto dhurra, è un cereale di largo consumo, in Africa soprattutto, destinato agli uomini e agli animali domestici.

Piantagione di sorgo

Non sapevo che fosse un cereale e che lo si coltivasse per nutrirsi. Qui da noi non è stato mai coltivato per quanto ne so. Quindi non bruceranno gli scarti di una coltivazione che non c’è. Lo coltiveranno apposta per bruciarlo.. Lo coltivano: ecco l’opportunità economica per gli agricoltori locali!

Ma al posto di che?

Coltivare qualcosa per bruciarla mi sembra una stupidaggine. Forse bruceranno gli scarti, penso. Ma non vi è nessun cenno per l’utilizzazione alimentare del sorgo. E’ una varietà particolare di sorgo.

Beh, ma anche con la legna facciamo così in fondo: mica la mangiamo. Non è proprio che la si coltivi: anzi cresce da sola, nei boschi di montagna. Basta raccoglierla. Bruciamo quella che è in più o solo quella che si può rinnovare impiegando lo stesso tempo che noi impieghiamo per bruciarla…

….forse….mah.. chissà se è proprio così!

Lo dovrebbe essere se vogliamo considerala una fonte rinnovabile.

Il problema energetico è complicato, lo so.

Ma per questi che vogliono bruciare sorgo sembra di no. Anzi.

Trovano tutto naturale e conveniente.

Gli agricoltori che mettono a disposizione i campi ci guadagneranno vendendo l’energia del sorgo; guadagneranno di più con i certificati verdi che con le obsolete coltivazioni di grano e mais o barbabietole. Insomma un’equazione del tipo: + euro = − cibo + combustibili

Qualche non fumatore fumerà passivamente qualcosa, ma dai, non può essere una cosa grave: sarà un fumo pulitissimo!

Però ripenso: non ci si poteva accontentare dello scarto della coltivazione del mais e del grano ed altre ramaglie?

No, non sarebbero bastati: è indispensabile riservare terreno per coltivare sorgo da bruciare, altrimenti la centrale non è conveniente.

E se non dovesse essere conveniente con il sorgo….beh, ci saranno pure dei rifiuti che non si sa più dove buttare, no?

Ecco, appunto: è questo l’imbroglio che temo.

Ma sono troppo diffidente, ingigantisco le ombre che intravvedo nella nebbia (come il nonno di Amarcord), e poi sicuramente il sorgo è conveniente. Per quale motivo non dovrebbe esserlo? Avranno pur fatto dei conti, no?

Vado oltre con l’esame del progetto:

  • sono previsti 1.200 ettari di terreno.

1.200 ettari?

Sarà un errore di stampa, penso. 1.200 ettari mi sembrano tantini.

Provo qualche calcolo.

Se la centrale funziona a pieno regime per 7.920 ore all’anno, produce 7920 cdot 5=39.500 MWh.

Dicono che il rendimento elettrico della centrale sia del 25%.

Occorre avere a disposizione 39.500 cdot4=158.000 MWh con il sorgo.

1 MWh equivale a 3.600.000.000 joule = 3.600 MJ .

Il potere calorico del sorgo è 16 MJ / kg.

Quindi occorrono 3600/16=225 kg di sorgo per produrre 1 MWh.

Per ottenere i 158.000 MWh occorre bruciarne 158.000 cdot225 = 35.550.000 kg =35.550 tonnellate.

La resa del sorgo si stima sulle 30 tonnellate per ettaro.

Quindi occorrono 35.550 / 30=1185 ettari.

E’ proprio vero!

Più di 1.000 ettari di terreno: sono un bel pezzo di terra!

Faccio un ulteriore calcolo sommario, tanto per rendermi conto degli ordini di grandezza.

Per facilitarlo consideriamo bastino 1.000 ettari per far funzionare per un anno la centrale di 5 MW.

Quanti ettari occorrerebbero per far funzionare tutte le centrali d’Italia, mi chiedo, con centrali alimentate a sorgo?

Basta ovviamente sapere quant’è la potenza media elettrica necessaria per far funzionare l’Italia.

Nel sito di Terna c’è il grafico del fabbisogno reale.

Riproduco quello del giorno in cui sto scrivendo.

 

Fabbisogno elettrico in Italia in un giorno di dicembre del 2008

A occhio il valor medio è di 40.000 MW.

Sono necessarie 8.000 centrali come quelle che costruiscono a pochi chilometri da casa mia.

Se per questa occorrono 1.000 ettari da coltivare a sorgo, per 8.000 centrali occorrono 8.000.000 di ettari.

In un chilometro quadrato ci sono 100 ettari, quindi 80.000 chilometri quadrati.!!!

80.000 , km^2 ?

…omissis…

Ma l’Italia è in totale 300.000 chilometri quadrati.

Un quarto dell’Italia deve essere coltivato a sorgo!!

E l’Italia non è una pianura coltivabile totalmente. E’ prevalentemente montuosa.

La mia Val Padana è 45.000 chilometri quadrati. Occorrono due Val Padane coltivate a sorgo!

Sorgo che sarà bruciato per far funzionare le apparecchiature di gente che non avrà più nulla da mangiare, perché c’è sorgo dappertutto, che dovrà essere bruciato.

“Possibile una pazzia del genere?”, penso.

Possibile?

Sembra proprio di sì.

Ma tutti sono contenti. La centrale si farà.

Mi arrischio a dire quel che avete letto.

Mi guardano con un sorriso di compatimento.

Ma è davvero questa una delle soluzioni al problema energetico?

Ma sono il solo che la sta pensando così?


Confronto con il fotovoltaico

Faccio un altro conto a spanne.

Ho la sensazione, ma credo sia una cosa ovvia, che si dovrebbe arrivare a sfruttare l’energia solare, direttamente, senza aspettare che si trasformi in petrolio o sorgo (o che arrivi dal cosmo un meteorite carico di uranio).

Ma dicono che l’energia solare è troppo dispersa per essere redditizia con le attuali tecnologie.

Comunque vediamo. Da tabelle dell’irraggiamento solare calcolate secondo UNI 8477 per superfici rivolte a sud si ricava un valore annuo pari a circa 1.600 kWh/m2 che corrisponde ad una potenza di 1600 / (24 cdot 365)=1600 / 8760 =0,182 kW=182 W.

Per i pannelli fotovoltaici si può considerare almeno un rendimento del 15 %.

Quindi si ottengono 182 cdot 0.15 = 27,3 W di potenza elettrica. (senza bruciare niente comunque: l’energia per costruire i pannelli, non la so conteggiare, per ora)

Ma un metro di terreno coltivato a sorgo quanti watt elettrici può produrre?

Allora: un ettaro produce 30.000 kg di sorgo ed i metri quadri di un ettaro sono 10.000; quindi un metro quadro produce 3 kg di sorgo, cioè 48 MJ. Quei 48 MJ consumati in 7920 ore corrispondono ad una potenza 48 /(7920 cdot 3600)= 0,000.001.68 MW= 1,68 W !! Che non sono tutti convertibili in energia elettrica, ma solo un quarto. Saranno pochi i 27 W ricavabili con il pannello, ma sono molto meno gli 1,68 cdot 0,25=0,42 W ricavabili dal sorgo!!

Se 1 metro quadro fotovoltaico produce 27,3 W, per produrre 5 MW occorrono 183.150 m2di pannelli. Circa 18 ettari: un bel po’ di terreno, non c’è che dire, ma molto inferiore ai 1.200 richiesti dal sorgo

Ma è addirittura più semplice confrontare l’energia prodotta da 1 m2 in un anno:

  • con il sorgo:

48 cdot 0,25= 12 MJ

  • con il fotovoltaico:

0,15 cdot 5760 = 864 MJ.

(1 kWh=3,6 MJ; 1.600 cdot 3,6 = 5.760 MJ )

Sono calcoli molto approssimativi, d’accordo, perché non tengono conto che il metro quadro coltivato a sorgo, forse potrà servire per una ulteriore coltura, nell’anno (…spero…). Ma non c’è comunque confronto: territorialmente i pannelli fotovoltaici sono già adesso comunque oltre cinquanta volte più efficienti del sorgo

Conclusione con appello

Non sarebbe allora meglio pensare ad una centrale fotovoltaica, già fin da ora? I costi non li so analizzare: mi dicono siano proibitivi.

Ma nel caso di una centrale a biomassa alimentata da coltivazioni finalizzate ad essa, mi sembra da proibire addirittura l’idea.

I pannelli fotovoltaici occupano ancora, dobbiamo dirlo, con un po’ di dispiacere, parecchio terreno. Magari in futuro potrà essere anche dimezzato, ma resta sempre un impianto di grande estensione. Si deve però anche osservare che i pannelli possono occupare spazi non coltivabili, a differenza del sorgo. Non ci si può di certo illudere di poter sostituire tutte le altre fonti energetiche con il fotovoltaico, ma ancora meno, molto meno, con le biomasse coltivate. Ma io credo che se si pensa ad una nuova centrale elettrica da 5 MW sia meglio, molto meglio, impegnarsi a realizzarla con il fotovoltaico e lasciar stare il sorgo. E’ una mia idea. Ma non mi pare solo mia. Ecco ad esempio la

Centrale solare di Lipsia

inaugurata nel 2004

E’ proprio di 5 MW E’ composta da ben 33.500 pannelli fotovoltaici.

L’area occupata è di 21,6 ettari, 16 dei quali sono per i pannelli solari.

Utilizzare biomasse genera fumi tossici?ultima modifica: 2009-01-23T09:33:00+01:00da blog2blog
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento