Non vedere oltre un palmo dal proprio naso.

Ieri sera, venerdì 24 ottobre 2008, alla televisione hanno mandato in onda una trasmissione sull’argomento Studenti in piazza.
Emblematico il risalto dato al titolo Gli atenei degli sprechi – In Italia 37 corsi con un solo studente, apparso su un giornale otto giorni fa, che ripropone un quasi inalterato titolo, Università, 37 corsi di laurea con un solo studente, pubblicato due anni prima, nel 2006, da un quotidiano.
I dati provengono dallo stesso Ministero dell’Istruzione: e qual’è la novità? Che le università sprecano? Che il Ministero dell’Istruzione non assolve pienamente ai suoi compiti? Quali compiti se le università sono autonome, anche se foraggiate esclusivamente dallo Stato?

Perché mai il Ministero dell’Istruzione dovrebbe sentirsi chiamato all’ingrato compito di chiudere o tagliare gli insegnamenti con un solo studente iscritto? E’ compito di ciascuna università prendere o meno adeguati provvedimenti e fare le opportune ristrutturazioni.

La perplessità è su come questa notizia sia stata accolta nella trasmissione dagli intervenuti: questi davano l’impressione di essere sorpresi e quasi scandalizzati, come se avessero preso coscienza, da lì a poco, della situazione in cui versa l’università: eppure hanno tenuto banco per tutta la trasmissione intervenendo sulle varie questioni sollevate dal moderatore.
In effetti, la voce di fondo, a commento del pezzo di filmato sugli insegnamenti universitari con un solo iscritto, enfatizza, a suo dire: all’estero sarebbe stata una garanzia sufficiente; in Italia non sempre! Si potrebbe cogliere questa frase positivamente, nel senso che avere uno studente, anche uno solo, interessato ad una particolare tematica all’esero sicuramente si terrebbe aperto l’insegnamento, facendone pubblicità in università allo scopo di presentarne l’utilità accademica; positivamente, nel senso che in Italia, invece, si è portati a tagliare, come si sta dicendo, tra molte polemiche poco costruttive, ovunque nei mass media. Invece, ahimè, si vuole far passare il significato che all’estero avrebbero tagliato subito.
Ma, da quando gli insegnamenti utili sono quelli più seguiti? Quelli più gettonati? Perché l’istruzione deve dare i medesimi insegnamenti a tutti? Perché, al contrario, non si può scegliere di essere fuori dal gregge? Forse occorre ricordare che occorrono specialisti, laureati con indirizzi di studio molto spinti e settoriali, che non rimangano, insomma, nel vago quando devono affrontare e risolvere, almeno provandoci, come la ricerca vuole (la ricerca non sa dove sta andando, altrimenti non potrebbe definirsi tale), problematiche varie. Avrebbe senso dare l’infarinatura fino alle superiori, per svegliare gli studenti a prendere coscienza delle proprie attitudini e delle proprie, sacrosante, aspirazioni: all’università deve essere presente una gigantesca offerta d’istruzione, dalle materie classiche a quelle nate l’altro ieri. L’interesse e la curiosità di imparare non vanno a braccetto con il numero di iscritti; se, ad esempio, uno studente di economia, attento alle vicissitudini del mercato emergente nel Nordafrica, vuole svolgere la sua attività nelle regioni ove vive la popolazione berbera, perché l’università dovrebbe negargli questa opportunità? Perché mai dovrebbe andare nelle regioni berbere del Marocco solo quando ci saranno centinaia di altri studenti interessati alla stessa materia?

L’unica osservazione da ricordare è sugli insegnamenti universitari seguiti da un solo studente; tra questi quello della lingua berbera, preso come riferimento eclatante di un insegnamento senza né capo né coda, a loro dire. Unica degna osservazione di un intervenuto alla trasmissione che ha evidenziato come, in un lontano passato, si sarebbero potuto tagliare gli insegnamenti di lingua cinese e araba, sulla base di una non evidente utilità, su base meramente economica ovviamente (in altri post di questo diario in rete, come anche si legge in sQuola, con la Q maiuscola, si è già evidenziato l’errore di intervenire nell’istruzione con cifre di merito puramente economico), di questi studi linguistici. Indi, se si fosse intervenuto allora con le medesime modalità di interventi di tagli alla spesa nell’istruzione, oggi sarebbero qui a recriminare sul perché non si sia fatto niente per attivare proprio quegli insegnamenti di lingua cinese e araba, necessari a fronte di un allargato bisogno di interculturalità e di mediazione linguistica con altri paesi che vogliono interagire con l’occidente per sopravvenuti motivi di scambi culturali e commerciali. Se si fosse tagliato nel passato, oggi avremmo avuto un’altra emergenza: l’Italia, così come sta facendo l’Europa tutta, immobile inspiegabilemente di fronte ai cambiamenti, coinvolta, nella maggior parte delle volte, a gestire emergenze e incapace di mettere mano a provvedimenti di più ampio respiro.

Ancora. Il pezzo di filmato riporta quanto successo ieri durante una trasmissione di una radio: la telefonata di uno studente dell’Università Orientale di Napoli che affernava di essere uno dei due studenti iscritti all’insegnamento di lingua berbera. Questo studente concludeva il suo intervento, a mezzo telefonata alla radio, affermando sugli sprechi io sono pienamente d’accordo.
Bisognerebbe domandarsi, semmai, perché questo studente si sia iscritto a un insegnamento attivato sulla base di due soli iscritti; come mai non ha ritirato la sua iscrizione per iscriversi laddove la popolazione degli iscritti è più numerosa?
Anzi, l’intervento dello studente che iscritto e frequentante, si spera, l’insegnamento di lingua berbera è auto lesivo della propria facoltà di scelta motivata. Perché ha scelto la lingua berbera e poi dice che avere un insegnamento universitario è uno spreco? Una motivazione in più a rimanere disoccupato, allora, se è convinto che avere questo insegnamento è uno spreco: attenzione è anche rischio di disoccupazione seguire insegnamenti che contano centinaia di iscritti ogni anno. 

In Italia ci si scandalizza perché molti studenti non riescono a concludere gli studi; ci si scandalizza perché non bisogna affermare che gli individui non siano in grado, tutti indistintamente, di terminare con successo (qualunque esso sia, n.d.r.) gli studi, perché non si ammette la differenziazione delle potenzialità di ognuno, quasi come se si potesse dire che, a fronte di una medesima base di istruzione uguale per tutti e sulla base di una indimostrabile potenzialità culturale e intellettiva uguale in ognuno di noi, il raggiungimento di determinati obiettivi di studio sia sempre posssibile per chiunque.

Guardare oltre un palmo dal naso, magari mettendosi gli occhiali.

  • Le sedi distaccate. Nella trasmissione un giornalista, sulla base di un fantomatico foglio che riportava il numero di sedi distaccate universitarie con 15 studenti, trasformatosi in opinionista (gli avvenimenti devono essere riportati dai giornali così come accaduti, senza personali rivisitazioni legate a propri modi di pensare o agire, do modo che chi legge possa farsi un propria idea, non legata a quello o a questo giornale), ha detto la sua: eliminiamo tutte quelle 327 sedi, alla pari di un’altra affermazione tagliare al Ministero dell’Istruzione perché non ci si capisce niente, con riferimento ai dati non aggiornati forniti ai giornalisti, che li hanno pubblicati sui giornali senza un minimo di verifica dei dai stessi. Si taglia, quindi, a detta del giornalista, laddove non si capisce niente.
    Ci si chieda, al contrario, delle spese che vengono sostenute dagli studenti per seguire gli studi universitari; ci si chieda dell’ammontare degli affitti, per la maggior parte in nero, sborsati per una stanza in un appartamento insieme ad altri studenti, nella grandi aree metroplitane, ove si vorrebbero concentrare le università sulla base di una riduzione di spesa, fittizia poiché alla fine tutto si tradurrebbe in un aggravio per gli studenti stessi e, di rimando, per le famiglie. Invece di dislocare territorialmente i centri per l’istruzione a fronte di un allargamento delle possibilità, non più potenziali, di istruirsi a costo minore e con efficienza migliore: l’istruzione, quel che sia dalle elementari alle università, a portata di mano (indipendentemente se si riesce a finire o meno gli studi). E parliamo anche di sostenibilità, termine molto in voga, e di ambiente, visto che eviteremmo spostamenti forzati dai piccoli comuni nelle province al capoluogo. Occorre visione d’insieme!
  • Buona e cattiva ricerca. Il professore, docente alla Bocconi, espone il problema della buona ricerca, il problema del professore che pensa a coltivare il suo orticello e non si accorge di danneggiare se stesso perché, probabilmente, non sta facendo buona ricerca se tiene in vita l’insegnamento della lingua berbera.
    Quali sono i parametri che definiscono una ricerca universitaria buona o cattiva? Anche in questo caso, questo docente si rifà a motivi economici: che le università siano costrette, con la buona ricerca e la buona didattica, a trovarsi i fondi; quindi, fare buona ricerca è sinonimo di pioggia di fondi, fare buona didattica è sinonimo di pioggia di fondi: wow! E aggiunge: dare gli incentivi giusti, costrette a sudarsi i fondi con la buona ricerca, se spendo i miei fondi per insegnare la lingua berbera, la soluzione è costringere le università a trovarsi i fondi, che in Italia non è mai stato attuato! Ci si domanda come mai la ricerca della Bocconi non abbia dato gli input necessari allo Stato per uscire dalla crisi odierna, che investe anche tutta l’Europa; o, almeno, non abbia ancora manifestato alla popolazione italiana quali possibili ricette debbano essere prese in considerazione.
    Plausi, al contrario, a chi , intervenuto alla trasmissione, abbia fatto notare che in passato ci si derideva di coloro, pochi in verità come oggi con la lingua berbera, che studiavano la lingua cinese, ignari del ruolo emergente, dal punto di vista economico con la melamina nel latte, che questa nazione riscuote nel globo. Aggiunge, inoltre, che ai suoi tempi, si diceva buttatevi negli insegnamenti dove c’è poca gente, che, per esperienza diretta, potrei interpretarecosì: gli insegnamenti poco affollati hanno una didattica notevolmente migliore (così come dovrebbero esserlo le scuole primarie e secondarie per permettere agli insegnanti di seguire più da vicino gli alunni e gli studenti). Il moderatore della trasmissione ricorre al solito confronto basato sui numeri, i cinesi sono 1 miliardo ma i berberi, invece, ..., lanciandosi poi in una affermazione, la sua, è vero che i rapporti con Gheddafi ci faranno aumentare … (il solito parlare uno sull’altro lascia poco chiari parte dei discorsi della trasmissione…): la Libia? I berberi? Ma se…
  • I berberi. Il Marocco è di discendenza e di lingua berbera per il 40% (fonte). L’anno accademico 2002-2003 della facoltà di 1500981552.jpgGiurisprudenza dell’università di Torino ha visto una tesi di laurea, dal titolo Pluralismo e minoranze nell’Africa francofona, di cui un capitolo lo si può leggere qui. Forse non è ricerca universitaria se la ricerca la si fa sui berberi anche all’università di Milano-Bicocca? Che tutte le università siano impazzite o, per secondi finicome metodo assodato e sicuro per ottenere i finanziamenti dallo Stato, si inventino temi di ricerca, stimate già inizialmente, infruttuosi? Non è così!
    Ancora, le lingue berbere sono parlate nel Maghreb, un’area assai vista che si estende dal Marocco all’Algeria, passando per la Tunisia, il Niger, il Mali, il Ciad e il Burkina Faso, cun dialetto berbero persino in Mauritania, da circa venti milioni di persone; solo in minima parte il territorio in cui vive da secoli la popolazione berbera, popolo perché ha una propria lingua e una propria cultura, sfiora la Libia (si stimano intorno ai 50000 i berberi in questa regione). Pochi sanno dei berberi, ma ne parlano e ne danno una visione distorta ai telespettatori, che invece si aspettano tutt’altro.
  • Nordafrica, ove è in corso uno sviluppo economico percentualmente superiore a quello cinese. Il professore della Bocconi 1932306107.gifforse lo ignora, occupato a fare buona ricerca. Il Nordafrica è notoriamente ricco di risorse energetiche e sta assumendo il ruolo del nuovo gigante delle regioni emergenti capaci di attrarre inevstimenti esteri. I mercati MENA, (Medio Oriente E Nord Africa) offrono oggi un’altra opportunità ai paesi dell’occidente, e non solo; l’Europa ha questo nuovo terreno in forte espansione praticamente sotto casa. La cartina mostra che i venti milioni di berberi ne fanno parte: e come dialogare senza conoscere la loro lingua e, soprattutto, la loro cultura?
    Chiudiamo gli insegnamenti di lingua berbera, perché, a detta del professore della Bocconi, non fanno probabilmente buona ricerca?
    Il bacino MENA detiene rispettivamente il 62% e il 40% delle riserve mondiali di petrolio e di gas, mentre la produzione conta solo per il 31% e per il 10%; questi paesi presentano una demografia eccezionalmente giovane, molto simile a quella dell’India; con l’entrata di questi giovani l’attività economica non può che aumentare; ad esempio, in Egitto ogni anno si contano 600000 persone nuove nel mercato del lavoro. Da un livello di poco inferiore al 5% si assisterà, nei prossimi anni, a tassi di crescita del PIL intorno all’8-11%, numeri registrati dall’India e dalla Cina, assestandosi stabilmente come più alto di quello del mondo sviluppato. Ne consegue che il capitale eccedente continuerà a essere disponibile per molti anni.

Un’altra osservazione. I filmati della trasmissione sono reperibili su internet. Chi li ha posti su internet poco si è preoccupato di tutta quella popolazione di navigatori che non possono aggiornare, per mille giustificati motivi, il proprio h/w e s/w per installare il prodotto reclamizzato. Si tratta di webmaster o loro superiori che hanno poca sensibilità sulla questione dell’utilizzo degli ultimi accrocchi s/w per abbellire il proprio sito, con la conseguenza di operare una forte discriminazione tra i navigatori a scapito della mancata universalità dei contenuti.

Non vedere oltre un palmo dal proprio naso.ultima modifica: 2008-10-26T21:10:00+01:00da blog2blog
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Un pensiero su “Non vedere oltre un palmo dal proprio naso.

  1. VOLAMI VIA e AMA
    …incontriAMO del poeta,
    l’amore e il ricordo dell’anima che pietrifica l’essenza dell’assenza…

    Volami via
    volami via e ama
    nel palmo di un altro
    e porta parole plasmate
    poi accompagnate.

    Un filo d’aria unisce
    un batter d’ali al cuore
    quel filo d’aria che cosparge
    il cuore caldo
    di un cuore svuotato
    quel filo d’aria
    che è contorsionista
    e si perde nell’azzurra
    aderenza di una vista…
    Conscio di un amore inconscio
    ed involato via.

    Incrocia il nostro destino…
    E spezzati lo strato amato!

    Volami via
    volami via e ama
    porta chi sei
    nel cuore di un altro
    e accompagnati
    di parole amate
    nel soffio di un battito
    di mani accaldate.

    Incrocia il tuo destino
    ama, amati e saziati!
    E se nel risveglio
    mi risenti liscio al cuore
    magari voltati
    ma volami via e ama.

    Incrocia il tuo destino
    e raggiungi spianate…
    Di nuovi amori.

    di Maurizio Spagna
    http://www.ilrotoversi.com
    info@ilrotoversi.com
    L’ideatore
    paroliere, scrittore e poeta al leggìo-

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